Classe operaia e piccola borghesia scomparse

Classe operaia e piccola borghesia scomparse

Sono i dati allarmanti del Rapporto Annuale 2017 dell'Istat che certifica l'aumento delle disuguaglianze all'interno del Paese a causa di redditi e pensioni.

Non esistono più le classi sociali tradizionali, borghesia e proletariato, si legge nel rapporto. Sono le donne impiegate ad essere i principali percettori di reddito nonostante il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile. Per l'Istat "la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all'interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all'interno di esse". Si assiste quindi a una "perdita dell'identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi". Mentre per gli operai si usava la definizione "tute blu", abbigliamento tipico del metalmeccanico.

La classe operaia ha perso il suo connotato univoco e si ritrova per quasi la metà dei casi nel gruppo dei giovani blue-collar e per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri. Secondo l'Istituto la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l'83,5 per cento nelle "famiglie di impiegati".

L'Istat rivela infatti che al 1 gennaio 2017 la quota di individui di 65 anni e più ha raggiunto il 22% della popolazione, collocando il l'Italia al livello più alto nell'Unione europea e "tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo".

Quasi sette giovani under 35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. L'istituto ha preso in esame la situazione professionale, la cittadinanza, il titolo di studio, il numero di membri della famiglia, associando quindi alla componente economica quella culturale e quella socio-demografica. Nei gruppi sociali identificati, le famiglie con persona di riferimento fuori del mercato del lavoro sono il 45,1% del totale e caratterizzano bene alcuni dei gruppi (anziane sole e giovani disoccupati, famiglie di operai in pensione e pensioni d'argento).

Persiste il dualismo territoriale del Paese: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati, al Centro-nord gruppi sociali a medio o alto reddito, anche se le famiglie a basso reddito con stranieri, per scelte lavorative e minori legami territoriali, risultano prevalentemente collocate nelle zone settentrionali del Paese. Ci sono però 3,6 milioni di famiglie dove non entrano redditi da lavoro, ma che tirano avanti grazie ai proventi di affitti o di aiuti sociali. D'altra parte, spiega il Rapporto, "la capacità redistributiva dell'intervento pubblico è in Italia tra le più basse in Europa". Nel 2008 queste famiglie ammontavano a 3 milioni e 172mila, il 13,2% del totale.

Passando alle fasce meno abbienti hanno un reddito basso le famiglie con stranieri che sono le più colpite dalla crisi e hanno un reddito inferiore del 40% alla media: si tratta di 1.839.000 famiglie pari a 4.730.000 persone. La spesa media per consumo va da un minimo di 1.697 euro per le famiglie a basso reddito con stranieri a un massimo di 3.810 euro per la classe dirigente (la media delle famiglie è 2.499 euro). La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%). Nel 2016 "se si sommano i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, le persone che vorrebbero lavorare ammontano a poco meno di 6,4 milioni". La tenuta o l'intensificazione dell'attività si rilevano puntualmente presso coloro che avevano già una pratica intensa di lettura o frequentazione di spettacoli e luoghi storici o artistici.